In puerta del Sol

Pensato e scritto da Fatjona Lamçe 

Sono a Madrid per capire diverse cose, piani diversi, ma fondamentalmente per conoscere gli indignados. Ho sentito parlare molto del movimento del 15M, di Democrazia Reale Ya. Ho letto un sacco e voglio sapere. Ho visto i video di Puerta del Sol stracolma. Ho visto le accampate e le iniziative in piazza. Ho visto le cariche della polizia e le mani alzate. E mi è venuto da piangere. Ho letto i blog, le note su facebook, i comunicati stampa, gli articoli e i post su twitter. E mi è venuta un po’ di curiosità. Svolta epocale o spagnoli cazzoni? Il dubbio mi attanaglia e osservo.
A onor di verità devo confessare di avere un po’ di problemi con i movimenti, sono problemi strutturali i miei, iniziano dal fatto che non riesco nemmeno a uscire con un gruppo composto da più di tre persone (mi sembra di non dare a tutti la giusta attenzione, mi sembra estraniante, inutile, mi ci perdo) continuano poi con l’agorafobia che mi è venuta a furia di manifestazioni, una buona dose di misantropia e un odio gigantesco nei confronti del populismo, delle cose semplificate e dei decerebrati. Il punto è, però, che delle volte ho come la sensazione di non potere sopportare tutto da sola. Percepisco il mondo come una condanna e il futuro mi sembra terribile come una pena da scontare per colpe che non so nemmeno se sono mie, e in questi momenti mi viene da pensare che possa essere giusto sollevarsi a vicenda, mi sembra anche concreta la possibilità di poterlo fare. Almeno un po’. E allora, per un brevissimo intervallo di tempo, la mia piccola mente concepisce l’unirsi, il mettersi insieme e insieme combattere, condividere, discutere, mettersi in discussione, dissolversi in un noi più grande e spesso alienante, smetterla di agonizzare guardando il soffitto della propria camera alla ricerca di soluzioni improbabili (anche se, se ci penso bene, ci tengo alla sofferenza delle crepe del mio soffitto).

Lascio l’assemblea dei quartieri e mi reco a quella plenaria. Scendendo da Plaza del Carmine per recarmi in Puerta del Sol, la Piazza per gli indignados, il mio sguardo viene attratto dalle tante (ma veramente tante) persone con i giubbotti catarifrangenti gialli con le enormi scritte “compro oro” che urlano a squarcia gola che comprano oro e altre cose che non capisco ma che devono essere divertenti perché le signore si girano e ridono. Sono buffi e hanno delle corde vocali potentissime. Sembra un mercato orientale, e ne rimango affascinata per un po’. Poi ci penso un po’ meglio e mi viene in mente il terribile pensiero che siano solo uno dei tanti simboli di una società che sta agonizzando aspettando la fine e che emette i suoi ultimi gemiti così:
“Compro oro, compro oro.”
Quando arrivo in Puerta del Sol è già buio e ci sono già quattrocento persone. Ascoltano con attenzione il moderatore parlare delle dinamiche con cui si svolgerà l’assemblea. Poi le varie commissioni riferiscono l’esito dei loro lavori. Si vota. Qualcuno incrocia le braccia. Si apre la discussione. Si rivota. E poi così ancora. La gente chiede di intervenire. Interviene. Si ascolta. Si incrociano le braccia. Riparte un’altra discussione. L’idea è semplice: l’opinione di ciascuno è fondamentale e vincolante. Non ci sono leader. L’assemblea non è gestita da nessuno, all’inizio di essa si sceglie un moderatore. Tutto ruota. Tutto gira. Non ci sono ruoli. Non ci sono persone che pensano e organizzano per gli altri. Non si ha paura di mettersi in cerchio. Non c’è nemmeno paura di parlare. Ci si segna per un intervento. Si parla. Si esprime il proprio consenso o il proprio dissenso. Si discute. Niente sigle. Niente bandiere. Più di quello che stanno dicendo, che del resto capisco solo in parte (“perché lo spagnolo sarà anche simile ma non è certamente uguale all’italiano” (cit.)) a impressionarmi è il metodo. Ed è quello che ti dicono tutti qui: “è nel metodo che stiamo utilizzando che siamo innovativi, è qui che ci differenziamo da altri movimenti”. E’ una bomba. Mi spiego: potenzialmente se hai un’idea geniale puoi andare all’assemblea del tuo quartiere, ascoltare un po’ dopo di che quando tutti sembrano stanchi e non riescono a uscirne con nonchalance puoi tirare fuori il tuo asso dalla manica e spiazzare tutti. L’assemblea approva. L’idea passa così di grado in grado. E’ vero che ne perdi un po’ il copyright, e vanità vuole che si sia affezionati al copyright, ma almeno così puoi smetterla di inveire sul tuo blog su quanto il mondo sia stupido e ottuso e non ti capisca. Esci dalla dimensione individuale da camera diventi singolo in una moltitudine da piazza. Senza soffitti.
E’ una bomba perché questo modo di pensare la vita collettiva non lascia scampo a “guardano tutti la televisione, non riescono a capire, sono tutti ottusi” comporta un mettere sulla pubblica piazza le proprie idee e a disposizione degli altri la propria esperienza, altri che sono disposti ad ascoltarti come no dipende da quanto il tuo discorso sarà interessante, è un mettersi veramente in discussione come pensatori e persone e se comunque anche così non si riesce a farsi valere, cosa molto probabile, almeno si può morire nella totale inquietudine del sapere che non si è stati in grado di fare valere le proprie ragioni, che è pur sempre meglio del non sapere se quello che si pensa ha un potenziale oppure no. Io credo.

Ascolto gli interventi e osservo affascinata le dinamiche che legano quattrocento persone una domenica sera, cosa cercano e cosa trovano in questa assemblea. Mi domando perché sono qui. Ascolto le loro parole, i discorsi insensati, l’ilarità che provocano. Faccio attenzione al linguaggio che usano e noto una certa neutralità, nessuno parla di rivoluzione, termine ambiguo del resto, penso alla cosa buffa per cui tutti il mondo li dipinge come indignados e nessuno di loro usa questo termine. Parlando con dei ragazzi mi dicono che quello che hanno cercato di fare è andare oltre alle categorie classiche: chi viene in assemblea non è un lavoratore, un disoccupato, uno studente, un indignados non è nemmeno un cittadino, è una persona. E’ l’umanità a essere messa al centro con le sue ambizioni, le sue esigenze, la sua immensa ricchezza, le sue angosce, i suoi limiti e le sue implicite difficoltà. C’è qualcosa di assurdo e folle in questo. Spesso significa sentire parlare di scie chimiche, signoraggio bancario, bambini azzurri, rettiliani, ufo, cibi pieni di psicofarmaci. Significa dovere partecipare ai deliri di un’umanità confusa e irrazionale. Spesso richiede un assorbimento del dolore e della solitudine altrui oltre alla propria, ma più di ogni altra cosa comporta una specie di empatica compassione l’uno per l’altro, che penso non sia niente di diverso dal condividere e capirsi e sentirsi in fondo un unico polmone. Difficile. Molto. Difficile scegliere di farne parte e assurdo anche.
Ma penso che a questa umanità, e alla tanta che ci circonda vada data un’occasione. Penso che in questa forma, con queste modalità, possiamo trovare anche noi la nostra occasione di esprimerci e mostrarci, di uscire dalle nostre camere, dai nostri soffitti, e metterci in gioco. Può venire bene come può venire male dipende da chi si impegnerà e con quali modalità lo farà. Dipende da quanto si sarà generosi e coraggiosi, da quanto si sarà intelligenti e umani.

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  1. #1 di Francesca il 4 ottobre 2011 - 00:30

    bello questo inno all’impegno…

  2. #2 di danip il 4 ottobre 2011 - 19:39

    Bello, bellissimo. Corro a leggere la versione lunga e noiosa.

  3. #3 di David Safran Cohn il 5 ottobre 2011 - 01:15

    sono un po’ in difficoltà perché il blog si chiama no claps quindi dovrei scrivere critiche o cose del genere e che è bello l’hanno già detto, anche bellissimo allora io dico che la versione lunga è meglio. 🙂

  4. #4 di Fatjona il 5 ottobre 2011 - 11:51

    Nella facebooksfera ho trovato un commento simile lo posto perché mi sembra utile:

    “Ho conosciuto gli spagnoli come comunità, nella loro vita quotidiana, che era anche la mia, lavorando in fabbrica assieme a loro, in Svizzera, frequentando i loro circoli, le loro case, condividendo l’ospitalità reciproca. Ascoltavo il “modo”, soprattutto il modo come parlavano, non aveva niente a che vedere con il nostro modo di discutere, litigioso, oltraggioso, vendicativo, calunnioso, arrogante, e potrei continuare. Osservavo la loro comunità, e la rapportavo alla nostra, un abisso le separava. La comunità spagnola era una comunità, la nostra non esisteva; se scendo nei particolari mi viene da piangere dalla disperazione. Un giorno, mentre la macchina rullava, perso nelle pagine di un libro che portavo con me anche in fabbrica, all’improvviso salto in aria, spaveventato che migliaia di òitri di latte erano andati perduti. E invece no, uno spagnolo aveva preso il mio posto, non tralasciando il suo. Lo ringrazio… ma le sue parole mi pietrificano dalla commozione: “tu stai studiando anche per me, continua”. Gli italiani mi disprezzavano… perché studente! Potrei parlare anche della comunità greca, turca, macedone, ma lasciamo perdere. Ciò che sta accadendo in Spagna, non può accadere in Italia.”

    • #5 di Matteo il 6 ottobre 2011 - 12:40

      cosa manca a noi? perché noi no?

  5. #6 di Fabio il 5 ottobre 2011 - 17:17

    Bello. Mi mette tristezza ma mi fa anche venire voglia di fare… Mi chiedevo i risultati di questo a cosa porta… Di concreto intendo.

  6. #7 di daniele il 8 ottobre 2011 - 14:29

    lo hanno già detto ma quanto scritto qui è bellissimo, e sono contento di esserci capitato per caso…

    questo passaggio parla di me “A onor di verità devo confessare di avere un po’ di problemi con i movimenti, sono problemi strutturali i miei, iniziano dal fatto che non riesco nemmeno a uscire con un gruppo composto da più di tre persone (mi sembra di non dare a tutti la giusta attenzione, mi sembra estraniante, inutile, mi ci perdo) continuano poi con l’agorafobia che mi è venuta a furia di manifestazioni, una buona dose di misantropia e un odio gigantesco nei confronti del populismo, delle cose semplificate e dei decerebrati.”

    è così puro questo post e questo racconto del mondo che mi è venuta voglia di scendere in piazza…

    complimenti davvero

  7. #8 di Monsieur en rouge il 11 ottobre 2011 - 23:02

    Ho commentato già sul tuo blog personale.

    Rispondo però a chi ha scritto che dopo aver letto di questo senso di necessità di cambiare ha avvertito la voglia di rimboccarsi le maniche: nonostante tutte le critiche che possiamo fare ai movimenti, alle folle irrazionali e al populismo su misura per i decerebrati, è con i movimenti di massa che si può cambiare qualcosa! Il 15 ottobre andiamo tutti a Roma!

  1. E’ un post lungo. | Rabdomante
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